mercoledì 12 marzo 2008

Delirio di un poeta

Potenza estranea che mi sovrasta, che mi soggioga, che non domino.
Signor padrone oggi ho fatto ciò che ho fatto ieri e domani farò quel che ho fatto oggi, per il resto, per l’eterna mia vita che tu sai che non è, ma così pare.
Dividi questo mio lavoro che meccanico si impadronisce della mente, paraocchi per questi miei occhi affaticati, il colore grigio li ammansisce.
Signor padrone io che son servo in questo tempo tuo libero, io che compio mille volte per mille anni lo stesso gesto per sopravvivere ed io sconsolato che la mia mente abbandonai, morte giovane la colse.
Signor padrone non vivo condannato al tuo servigio.
Vita a te morente, morte a me vivente
sarò sempre cacciatore o pescatore, pastore o solo critico
mi condanni oh padrone, voi mi ferite e moribondo mi lasciate, ma altro sono e voi sapete
ieri cacciatore, oggi pescatore, domani pastore, critico quand’è ora.
Signor padrone al di là del tuo tempo vivo, perché nel mio sono uomo
finite il gioco di un bimbo, ma fanciullo sovrano voglio tornare.
Comunque vada lascio a voi in pasto l’illusione del mondo, così fanatico, così squallido , così desolatamente mediocre
signor padrone schiavo di un mondo che non hai,
non senti.
Troppo vero, troppo autentico il delirio di un poeta!


Rosalinda Maggio

1 commento:

cellula.indipendente ha detto...

Questa poesia sarà qui presente solo per un tempo limitato.